Un vitalismo tenace e costruttivo si sprigiona nella pittura di Gianni
Bertini. Dai “Gridi” al “nucleare”, dalla successiva collaborazione
col MAC milanese all’informale più lirico, dove ogni riferimento
all’attualità è recuperato in chiave mitica, a livello verbale, nel
titolo; dalla MEC-ART ai lavori più recenti, il segno di Bertini fluisce
costantemente energico, spregiudicato, interlocutorio.
Gianni Bertini nel suo studio Pisa, 1947-48 |
In questi giorni una mostra a Parigi, promossa dal ministero
francese della cultura, ed una finalmente nella sua città natale
–Pisa, dove è nato nel 1922- ne celebrano il genio audace e ironico.
Capace di precorrere tempi e stagioni pittoriche con uno sguardo
cupido ma distaccato sulla realtà che lo circonda, questo artista si
propone di godere fino in fondo dei miti della civiltà post-moderna.
Li descrive per folgorazioni, grazie alla sua turbinosa
immaginazione. | Il mito della
macchina, di ascendenza futurista, si incarna nelle moto di ultimo
modello,nella dinamicità sinuosa e propulsiva dei corpi femminili: un
repertorio di forme plastiche seducenti.
Immagini prelevate da rotocalchi giornalistici, allusivi
dettagli sono selezionati e ricomposti secondo una tecnica che
ricorda da vicino i collages delle Avanguardie storiche.
La personale iconografia di Bertini si arricchisce già a partire
dall’inizio degli anni ’60, prima di dispiegarsi liberamente (poi
anche in modo più stanco) nelle esperienze, storicamente importanti,
della MEC-ART. Sulla tela, nel gioco di forze contrapposte e
complementari tra ciò che è figurativo e ciò che non lo è,
l’immagine che si riferisce direttamente alla realtà sembra
prevalere sul segno pittorico puro, dopo aver interferito con esso a
più livelli. |
G. Bertini, Eracles ed il serpente,
1986 riporto fotografico su tela
emulsionata 101x80
cm | Ma ciò che forse più colpisce
nella carriera artistica di Bertini, di cui si può gustare un buon saggio
nell’antologica pisana, è il disincanto ricco di autoconsapevolezza con
cui egli riesce ad abbandonare le forme espressive acquisite, fortemente
anticipatrici, con tempismo, prima che, ormai disinvolte gli riescano
troppo facili e possano scadere nella maniera. Tutto ciò senza rimpianti.
Come senza rimpianti aveva lasciato la sua città sul finire degli anni
‘40.
Dopo un breve periodo di studio sulla figura durante il quale fa
in tempo a laurearsi in matematica presso l’ateneo pisano, si dedica
pienamente alla pittura partecipando alla importante mostra tenutasi
a Pisa nel ’47 che lo vede premiato insieme a Birolli e Mafai…
Del ‘48-‘49 sono gli straordinari “Gridi”. In essi
campeggiano numeri, cifre, parole di senso compiuto, secondo uno
slancio futurista, anticipatore del gusto neo-dada. “Avevo voglia di
gridare –registra Tolaini- ma non mi sentiva nessuno.Sulla tela nera
tracciavo qualche linea incrociata, come un grido. Poi mi misi a
scrivere semplici parole. “ALT”, “Luna”, “Stop”, un solo
numero “3”, “7”, o una specie di termometro. Dei dadaisti anvevo
sentito parlare ma conoscevo meglio i futuristi: “LACERBA”, le
parolibere, Marinetti […]” |
G.
Bertini, Luna 1949 olio su
compensato, 69x42 cm | Nel ’51
espone a Firenze la sua pittura nucleare maturata in terra toscana, dove
tra l’altro coltiva forti legami con l’avanguardia livornese –Nigro,
Chevrier e molto probabilmente Voltolino Fontani, ideatore della pittura
dell’Era Atomica già nel ’48, prima delle esperienze milanesi di Baj e
Dangelo e di quelle di Dalì-. Dalle coste tirreniche a Milano,
attraverso il Tachisme della pittura nucleare, Bertini approda al MAC, in
cui hanno parte rilevante gli amici Dorfles, Nigro…
G. Bertini, Sisiphe au tartare, 1958
olio su tela, 58x71 cm |
Milano si configura come una tappa di liberazione del segno e
del gesto, verso una pittura decisamente informale. Ad essa Bertini,
stabilitosi a Parigi nel ’51, arriva conseguendo, già a metà di quel
decennio, momenti di raffinato lirismo. Pierre Restany
soffermandosi sull’importanza per Bertini, tra il ’52 e il ’54,
della riflessione su Hartung nota: “A partire dal 1955 lo
stile bertiniano che si è personalizzato, non condivide più
con la scrittura gestuale di Hartung che il rifiuto dello
staticismo. […] Le strutture bertiniane, più dinamiche e fluenti,
non fanno appello a soluzioni radicali. Il fenomeno di compensazione
cromatica interviene in modo più sottile ed anche più
libero”. |
| Tuttavia aggiunge Restany in quello stesso scritto
del ‘61: “Le migliori tele di Bertini sono quelle dove il passaggio
si attua per mezzo di una definizione monocromatica dello spazio o
della fissazione di un colore dominante, i valori presenti
risultando uguali o strettamente armonizzati alla tonalità dei
neri.”
Ed è proprio sotto gli auspici del critico francese che Bertini,
esaurita l’intensa vena lirica dell’informale, lascia fluire la sua
energia creativa nella iconica MEC-ART. |
G. Bertini, L'oubli de Persèe,
1954 olio su tela, 60x73
cm |
Il procedimento meccanico, basilare non a caso anche nella
realizzazione di manifesti e fotografie, viene utilizzato dall’artista per
contaminare gesto pittorico, ancora romantico, e attività di
riproduzione.
G. Bertini Una
donna n.2, 1966 conformazione
plastica 95x79 cm |
Da segnalare la presenza nell’antologica pisana del suggestivo
ciclo dedicato ad Artaud (1991) e di quello dello stesso anno, ma di
minor forza espressiva, sulla guerra del Golfo.
Una notazione particolare merita la presenza, necessaria, di una
sezione sul cosiddetto libro d’artista, cui Bertini ha dedicato
specifica cura nel corso della sua attività. Lo spazio visivo e
mentale creato dal libro consente la riflessione sul procedimento
tipografico e la manualità istintiva, entrambi volti a comporre in
una stessa unità fisica, l’immagine e la parola, ugualmente care a
Bertini fin dall’inizio della sua attività. |
G. Bertini,
L'amour fou de
Demosthène,1964
olio su
tela |
Tutte le foto sono tratte dal catalogo Gianni Bertini: percorsi, a cura di M. Corgnati, Milano,
Prearo editore, ©2000
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