Introverso ma pronto
all’audacia, come alla Biennale di Venezia del ’78, dove esibì Ideologia come
techne, perentorio al pari di un proclama politico, Moretti sembra
reincarnare la figura mitologica a lui stesso cara.
| Giano bifronte: uno
sguardo, contemplativo, è rivolto alla Natura, alle fibre di cui si
compone come un immenso tessuto che la luce nel suo ciclico trascorrere
mette in risalto, in un gioco primordiale e perpetuo di chiari e di scuri
risvegliando la moltitudine assopita dei colori.
Così strati di pittura si compenetrano sulla tela componendo idrogeologici percorsi, morfologie terrestri e lunari, magmi incandescenti e aggregazioni di materia, come in Rocce o nella serie Scienze naturali degli anni '80. L’altro sguardo segue dinamicamente la storia degli uomini, quel quotidiano applicarsi alla vita che si trasforma in travaglio e lavoro; interpreta, con la consapevolezza dell’artista e dell’ideologo, la dignità e la perizia sottese alla drammatica tessitura che è la storia feriale. |
A. Moretti, Struttura-uomo, 1954, olio su tela, cm 130x100 |
E al lavoro, di cui il
telaio è assunto come simbolo, Moretti riserva un costante interesse
antropologico.
“Techne non come abilità degli strumenti e di materiali, ma come
sapere, cioè come il realizzarsi dell’essere nell’opera.” L’affermazione che
precede la presentazione del suo Techne e lavoro come arte (’76),
appartenente al periodo concettuale, contiene le linee di forza dell’intera
ricerca di Moretti.
La fase concettuale, per la
predilezione nei confronti dell’analisi teorica e analogico-riflessiva, offre
una chiave di lettura privilegiata dell’attività dell'artista, forse non ancora
abbastanza approfondita.
olio su tela, cm 135x85 |
In lui la
temperie culturale dominata negli anni ‘60-‘70 dallo Strutturalismo esalta
le predisposizioni all’analisi della struttura, della composizione e dei
processi, materiali e linguistici. Questi principi,
impliciti in ogni fase della sua ricerca, sono osservati da Moretti anche
nella Natura stessa che si dà in quanto tale.
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A. Moretti, Paesaggio, olio e carta su
tela
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Una sorta di osmosi si attua tra
cosmo contemplato e lavoro creativo, nel perseguimento di quella
appropriazione che è motore di ogni opera dell’uomo e
dell’artista.
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Il lavoro è arte
quando appartiene all’uomo, quando in esso egli può appagarsi e svolgere
liberamente le sue energie fisiche e spirituali; lavoro volontario che sia la
soddisfazione di un bisogno, che gli appartenga, rapporto col mondo sensibile e
cogli oggetti naturali come mondo che è dentro di lui, rapporto come attività
sua, come forza, come generazione, energia fisica e
spirituale.”
![]() A. Moretti, Spirale d'acqua, 1980 olio su rafia, diametro cm 120 |
L’atteggiamento
creativo costituisce allora l’antidoto di cui la società deve dotarsi
nei confronti di strumenti sempre più sofisticati e tali da
richiedere una sempre maggiore preparazione specialistica e quindi, in
ultima analisi una divisione del lavoro sempre più marcata e
pericolosamente alienante. Moretti vede nella sperimentazione linguistica stessa, che per lui costituisce un vero e proprio assillo, uno strumento e al tempo stesso una finalità. |
Il paradosso, lo stesso osservabile nel titolo di un fortunato libro di McLuhan, “il medium è il messaggio”, descrive una società in continua evoluzione, dove la componente tecnologica rischia di superare e travolgere l’attore umano, colui che in definitiva dovrebbe esserne autore e destinatario.
Ad arginare una simile condizione è opposta l’appropriazione della realtà esterna attraverso la facoltà poetante.
| L’artista, “al servizio del popolo”, secondo la formula proposta da Moretti alla biennale del ’78, e che suona oggi di archeologia politica, articolando e visualizzando il concetto di appropriazione, ne esplicita i diversi valori contenuti restituendo così all’uomo una facoltà che gli è propria. Anche in questo intervento si compie un processo di appropriazione. | A. Moretti, L'Appropriazione, 1973
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La logica che presiede alla
Natura e alla composizione delle cose, così come il rapporto stabilito con esse
dall’uomo attraverso il lavoro creativo, prende forma nel mito del
Nommo.
Moretti vi racconta per simboli l’origine del cosmo, ovvero
dell’ordine impresso alle cose e alle attività che ruotano intorno ad
esse.
“Il Nommo, dall’alto del
cielo, vide sua madre, la terra, nuda e priva della parola […] Bisognava mettere
fine a questo disordine.
Il Nommo discese sulla terra portando
con se qualche fibra presa dalle piante già create nelle regioni celesti. Ne
separò dieci mazzi corrispondenti alle sue dieci dita e ne intrecciò cinque per
metterle davanti e cinque per metterle dietro.
Ma il ruolo di questa veste non era
soltanto di servire il pudore. Essa presentava al mondo terrestre il primo atto
di ordinamento universale […]”
olio su tela, cm215x175 |
Linguaggio e capacità
creativa che si mette in opera attraverso il lavoro materiale sono
equiparati: in essi consiste la techne nel senso etimologico e quindi più
autentico del termine. “Così rivestita la terra aveva un linguaggio, il primo di questo mondo, il più antico di tutti i tempi. […] Le parole erano soffi poco differenziati, ma tuttavia portatori di forza. Così com’era, la parola era adatta ai grandi lavori degli inizi. […] Il genio, infatti, parlava. Egli rivelava il suo verbo attraverso una tecnica, perché esso fosse alla portata degli uomini. Mostrava così l’identità dei gesti materiali e delle loro forze spirituali, piuttosto la necessità della loro cooperazione”. |
Al di là delle implicazioni
semiologiche insite in questo passo è straordinariamente rilevante l’importanza
della sperimentazione linguistica nel corso dell’attività di
Moretti.
Essa, come già anticipato, non è fine a se stessa, risponde ad una
esigenza di poetica e di ideologia, due concetti “forti”, poco di moda in un
clima di “pensiero debole”.
| Ciò è evidente in
Assemblage del '60, come in altre opere Pop di alta qualità
artistica, per le quali Moretti è stato citato da Lucy Lippard nella
celebre pubblicazione del '66, solo tra gli italiani, insieme a
Rotella. Poesia e lavoro si combinano sulla tela che diviene lo spazio fisico di contenimento del quotidiano. Strumenti di lavoro,
oggetti anonimi usati e reciclati per l'operazione artistica sembrano
stati prelevati dalla "bottega del rigattiere del cuore" di cui parla
McLuhan citando Yeats. |
tecnica mista, cm160x100x27 |
Concretismo, informale, pop
art, concettuale si susseguono diacronicamente in Moretti per poi sfociare come
per fenomeno carsico nuovamente in pittura, stridendo ma senza contraddizioni
immotivate e senza soluzioni di continuità se non per corrispondere ai traumi
reali inferti dalla società dei consumi e dall’impiego delle nuove
tecnologie.
La sperimentazione di linguaggi e tecniche diverse imbastisce un
filo continuativo coerente che attraversa la lunga carriera artistica di Moretti
per avvalorare le potenzialità allegoriche insite in ciascuna.
Materie, 1974 Super 8 sonoro
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E’ il caso dei due bellissimi “film d’artista”:
Materie (’74) e Il magico è la scienza della giungla (’76).
In essi, come in L’Appropriazione, dove sono la fotografia e il
testo a costituire l’opera, protagonista insieme al medium prescelto per
l’operazione artistica è la luce del sole, raccolta, riflessa e così quasi
esaltata dall’acqua.
fotografia, cm 40x40
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E un inno alla luce sembrano
i lavori dell’artista in questi ultimi anni di ritorno carsico della pittura.
Raggi di sole filtrati dalla tela come attraverso il corpo trasparente di un
vetro o di altra superficie specchiante oppure radenti e misteriosi sembrano
essere stati fotografati, ma dal pennello.
olio su tela, cm 250x200 |
Nel film Materie -come precisato dall’artista a colloquio con Bruno Corà- “ci sono certe immagini del sole che sono riprese dentro l’acqua, un piccolo specchio d’acqua, uno stagno, dove galleggiava una specie di borraccino che navigava e che veniva illuminato dal sole e si muoveva come un insieme di galassie, sembrava un cosmo”. Anche nell’altro film, accanto al processo dell’appropriazione, protagonista è la luce riflessa nell’acqua. Un personaggio maschile si accinge a bere la luce del sole, di cui può così finalmente appropriarsi, grazie a quella sorta di fisica metafora costituita dal passaggio della luce nell’acqua in cui è riflessa. Bevendo l’acqua in cui il sole è riflesso l’uomo beve il sole. |
“La cosa interessante –nota
acutamente Corà- è che ogni fotogramma di ciascuno di questi film ha una forte
attinenza con il resto della pittura. Non c’è una grande differenza. Guardando
con occhi estranei, vedi lo stesso tessuto nell’immagine
pittorica”.
Ancora più interessante è che un analogo impianto compositivo può
essere rintracciato al di sotto di opere pittoriche di diversa concezione
formale, come quelle risalenti al MAC e le altre apparentemente così antitetiche
di carattere informale, che cominciano a prendere vita nelle cosmogonie delle
Carte abissali, a partire dal ‘51-’52.