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L'humus sapienziale di Paolo Francesconi
Se ci possiamo accorgere di come la vita incida i nostri tessuti, le nostre ossa e penetri in profondità, ben oltre le rughe della fronte e gli irrigidimenti della senescenza, è anche grazie agli artisti attenti alle pieghe dell’anima e ai riverberi della materia, come Francesconi.
Paolo nella sua ricerca, quasi misticamente, ha tentato vie sapienziali, che si riconducono ad un rapporto piu' intimo e fraterno con la natura e con gli uomini, bandendo il confine borghese di osceno e marginale, fino a scoprire la potenza etimologica dell’umilta' integrale. Si e' accostato all’uomo, derivato da quell’humus visivamente e ideologicamente “basso”, in cui prende origine la vita e a cui ciclicamente ritorna, arricchita, al termine della sua corsa.
Si è chinato per estrarre dall’anonimato e dalla insignificanza oggetti poveri, ma gia' carichi di una storia privata e ancestrale: ossa scarnificate di animali, pietre modellate dal tempo, legni dal midollo prosciugato, ferri scartati dalla produzione industriale…
Li ha assemblati sottraendoli all’innocenza a cui erano abbandonati, per sottoporli all’elaborazione del pensiero e dell’operosita' di alchimista, che opera combustioni, combina, rinsalda, restituisce a nuova vita oggetti attraversati dalla furia degli elementi e dallo sguardo combattivo, mai arrendevole, dell’artista.
Piccoli oggetti intimi, Esasperate ferite dell’anima restituiscono a noi, che osserviamo e leggiamo le opere per decifrarne il mistero, sin dal titolo, l’analogia nascosta, eppure evidente, tra il cuore pulsante dell’essere umano, i suoi muscoli, i nervi, l’impalcatura di ossa, i motivi emozionali, che ne determinano il movimento, e il corso naturale dell’esistere, il flusso vitale che accomuna vegetali, animali, materia.
E’ come se l’artista ci volesse ripetere in un’eco perenne, dal microcosmo al macrocosmo, la constatazione rassicurante e crudele del ciclico e doloroso divenire in cui ogni elemento soffre la trasformazione, quasi aspirando ad una forma più duratura e solenne.
Il suo laboratorio non e' stato luogo claustrale, chiuso al “mondo”, bensi' aperto idealmente, non solo alla sperimentazione, ma soprattutto all’incontro con la novita' dell’Altro, incarnato nella fragilita' corporea e immateriale, nel tormento fisico e nell’alienazione mentale, ma anche nella sopraffazione violenta, nell’iniquita' che conduce alla guerra.
Quasi un campo di riflessione e di battaglia, in cui contrastare la perversione consumista, i vizi del potere, il laboratorio ha osservato l’artista scrivere una storia radicale, in cui la pagina, piu' che simbolicamente, è incisa a lettere di fuoco.
Maria Francesca Pepi
Anteprima del catalogo dedicato all'artista da amici, artisti, critici, a cura di Associazione Matithyah.
Le opere dell'artista in collezione |