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Il sogno della cosa in se'
Sospeso tra astrazione ed empatia, tra figurativo ed antifigurativo, il linguaggio artistico di Franco Baroni si dipana nella ricerca di un equilibrio, irrimediabilmente instabile, tra la certezza della realtà e della sua consistenza ed il mistero psichico che essa cela (e rivela).
Ne scaturisce un soffuso senso di stupore ed allo stesso tempo di drammaticità, che pervade lo spazio pittorico inquietandone le superfici, altrimenti inerti e fisse, quasi consce, esse stesse, del proprio status di oggetti fisici, di cose.
Una linea pittorica emotiva, consapevole dell’unicità del flusso vitale che attraversa uomini e cose, vegetali e animali, spinge l’artista a raccogliere nel quadro i brandelli di esistenze frammiste.
La matrice espressionista della sua produzione riaffiora periodicamente, anche a distanza di anni dall’inizio dell’attività, che sembrava avviata a buon successo con le esposizioni, sul finire degli anni ’50, con Secchi e Meconi, alla Galleria di Cocchini e di Giraldi. Da quest’ultimo, fra l’altro, Meconi e Secchi, proprio nello stesso anno in cui esposero con Baroni, avevano realizzato con Stiaffini, Menichetti, Menaboni, Bolano e Bertini una prima mostra dell’autodefinito “Gruppo Neoespressionista” (dal 2 al 12 febbraio 1957).
Il Neoespressionismo a cui Baroni è accostabile, si dimostra non ignaro dell’acceso dibattito nazionale del secondo dopoguerra, su pittura concreta e pittura astratta, innervato di consapevolezza dei traguardi artistici del panorama internazionale, in particolare del gruppo Cobra, ma anche del Gruppo degli Otto, presentato alla biennale veneziana del ’52 da Venturi. A proposito di questi ultimi artisti, lo stesso critico metteva in evidenza il fatto che “essi non sono e non vogliono essere degli astrattisti; essi non sono e non vogliono essere dei realisti: si propongono di uscire da questa antinomia che da un lato minaccia di trasformare l’astrazione in un rinnovato manierismo, e dall’altro obbedisce ad ordini politici che disintegrano la libertà e la spontaneità creativa”.
In effetti, il linguaggio pittorico elaborato da questo gruppo ha rappresentato sicuramente uno stimolo di riflessione non solo per Baroni. Egli, per parte sua, tra i componenti della formazione promossa da Venturi, ha riconosciuto soprattutto in Corpora uno dei pittori di riferimento per la propria ricerca artistica.
Il gruppo, nella volontà di evitare lo scadimento nel cliché, “si era cimentato con successo nello sviluppo di una terza via, - come sottolinea Somaini -, sospesa tra astrazione e figurazione, in opposizione netta al persistente novecentismo e al neorealismo da un lato, all’astrattismo geometrico e al concretismo del MAC dall’altro, e preparatasi nel lungo tirocinio dei singoli tra aggiornamento e rinnovamento stilistico alle correnti europee (il picassismo) e statunitensi, che occupava una posizione originale, spesso estrema, di piena corrispondenza allo spirito dei tempi, anche se non di autentica rottura secondo i termini dell’avanguardia”.
In questi stessi anni sono documentate di Franco Baroni le “prove di astrazione”, presenti nella Collezione Carlo Pepi, che conserva, tra l’altro, anche “Scissione”, del 1957, notevole oltre che sotto un profilo artistico, anche da un punto di vista strettamente storico, in quanto presentata alla 3. edizione del Premio Modigliani (dicembre 1957-gennaio 1958).
L’opera è intessuta di chiazze e sgocciolature, quasi galleggianti reliquie riemerse dalla disgregazione della materia, richiamata dal titolo e presumibile conseguenza di una deflagrazione capace non solo di violare la cosa in sé privandola del suo guscio vitale, ma persino di scindere l’atomo modificandone luttuosamente i connotati.
Analoghe caratteristiche estetico-formali sono riscontrabili in una serie di dipinti, alcuni dei quali datati, elemento raro nella produzione dell’artista livornese, 1957 ed altri 1962, anno, quest’ultimo, della mostra personale di Baroni alla Galleria Numero di Fiamma Vigo, a Firenze. Questo nucleo di opere si contraddistingue per un carattere disinvoltamente informale e per una tessitura che privilegia le colature e le chiazze, ma che riflette anche sulla compattezza del colore suscettibile di configurarsi in geometrie, arcipelaghi di materia raggrumata e riarsa, misteriosa e incandescente.
Questa emotività fuoriuscita nei mille rivoli della pittura sottratta a qualsiasi costruzione figurativa non viene del tutto rimossa e abbandonata nei lavori del periodo successivo, dove solo parzialmente risulta arginata dall’inserimento di ritagli di giornale che tendono a spersonalizzare il “messaggio” raffreddandone la pulsione lirica.
E’ significativo che sia questa tensione emotiva a guidare l’artista, anche nelle composizioni di collage e pittura realizzate con porzioni di giornali estrapolate dalla pubblicità, dalla cronaca, dalle notizie, sfumate con trielina. Non si tratta di esclusiva volontà dissacratoria o di critica alla società consumista e disattenta, incline a mescolare su un unico piano atono cronaca, scoop, pubblicità. Né l’artista si limita alla pura sperimentazione di nuove tecniche e di linguaggi visivi, che pur avrebbero rispecchiato la reazione alla pervasività dei mezzi di comunicazione di massa, tema peraltro centrale negli anni ’60-’70, periodo a cui risalgono le tele della serie ‘gossip’, come sono state denominate in occasione della mostra di Castellina Marittima del 2006.
L’indagine avviata da Baroni muove dallo scandaglio della tragicità quotidiana che si nasconde dietro l’immagine preordinata, fissa e compatta delle cose, quasi a carpirne un sussulto che contraddica o modifichi o alteri la visione e percezione statica ed emotivamente indifferente che si ha di esse. Sembra voler suggerire una diversa possibilità di approccio, più intimo e vitale, con il mondo circostante, al cui variare storico paradossalmente l’artista non pare affatto interessato, per quanto rimasto a lungo a stretto contatto, quotidianamente, con la cronaca, a motivo dell’impiego, fin dal 1969, presso la redazione del giornale ‘Il Telegrafo’ divenuto poi ‘Il Tirreno’.
L’artista ‘di giorno’ lavorava nel giornale, mentre ‘di notte’, potremmo quasi dire, nel suo privato spazio di libertà creativa, ma in realtà senza una vera scissione temporale, rielaborava, reinterpretava gli stralci di ‘verità’ e di ‘finzione’ della cronaca e delle rubriche scandalistiche di costume e società impastandole con il pennello della pura falcoltà immaginativa, che lo ha avvicinato istintivamente al pertugio da cui le cose si lasciano intravedere nel loro intimo segreto.
E’ come se la pennellata libera, le sgocciolature direzionate dal gesto pittorico, mirassero a sconvolgere in modo divertito e al tempo stesso drammatico, la sintassi artificialmente ricomposta di una realtà romanzata. Sulla tela cronaca e pittura si raffrontano senza esitazioni stilistiche o evidenti turbamenti di senso.
Si profila dunque, fin dagli esordi di Baroni, una sua particolare predisposizione alla trasfigurazione della realtà, da cui l’artista non può prescindere, nemmeno, saremmo tentati di dire, nel momento culminante del lirismo interiore, in cui il soggetto sembra arrivato ad abbandonarsi alla sua pena di esistere concedendo libero sfogo ad una sperimentata tragicità, senza alcun altro interesse al di fuori del dolore profondo e inesorabilmente personale.
L’attenzione per il dato sociologico ed esistenziale del soggetto rappresentato o colto nella sua psichicità, dipinto o estrapolato dalle pagine della cronaca o dei rotocalchi, è uno dei fattori predominanti della pittura di Baroni, particolarmente evidente nella matrice espressionista che talora riaffiora nella sua produzione.
Ad esso si affianca la tensione ad abbandonarsi, quasi incondizionatamente, alle cose, alla loro irriducibile fisicità ed al segreto che racchiudono.
“Questo sforzo del pensiero sembra trovare il suo ostacolo maggiore nella cosità della cosa […]. La cosa, nella sua modestia, si sottrae al pensiero nel modo più ostinato. Ma allora ciò che di più strano e segreto l’essere della cosa porta con sé non dovrà costituire l’obiettivo ultimo di un pensiero che cerchi di pensare la cosa?” (Heidegger, Sentieri interrotti [ed. ted. Holzwege, 1950; trad. it. 1968], Firenze, La Nuova Italia, 1997, p.17)
La vena lirica che connota Baroni si traduce nello sfaldamento della soggettività dell’artista di fronte alla ‘cosità’, per dirla con Heidegger, dell’oggetto che si vuole cantare a voce libera e spiegata.
Il brivido, la vertigine suscitati dal pericolo di precipitare nel vortice della ricerca di un colloquio intimo con la “cosa in sé” lo induce forse a pause e ripensamenti.
Sembra allora diventato prioritario nella sua pittura, nelle opere che precedono la mostra alla Galleria La Loggetta di Castiglioncello (dove furono esposte nel 1970) e successivamente ancora per una decina di anni, isolare, catturare un’idea dominante a cui aggrapparsi nella consapevolezza di camminare in un equilibrio instabile, lungo il ciglio di quell’abisso che sprofonda nell’alterità del mondo variopinto e asemico della “cosa in sé”.
Le immagini dipinte diventano più geometriche, compatte, definite da un contorno, teso quasi a ricomporre un’unità di sguardo, che si frapponga alla resa incondizionata alla “cosa in sé”. E’ come se l’artista si procurasse una sorta di salvaguardia visiva e mentale, uno schermo di protezione per l’autore, in grado di trattenerlo dal dissiparsi nello sfrangiamento ossessivo della psiche in vedetta.
Gli oggetti rappresentati coagulano la fissità e la perentorietà dei “segnali stradali”, a cui sembrano esplicitamente richiamarsi. Dichiarano la riflessione sul connubio tra segno (e quindi indicazione) da una parte e forma dall’altra (geometrie quasi totemiche, divinizzate dal privilegio di contenere un significato stabilito in un proprio codice normato). Questa codificazione sembra addirittura concedere una tregua all’artista, sottraendolo all’angoscia della propria ricerca di un senso più profondo, nascosto al di sotto della consueta interpretazione del reale. Gli permette infatti di frenare la propria pulsione emotiva, di avvolgere in un involucro protettivo le geometrie che congelano il magma incandescente della psiche.
Per anni Baroni non espone, quasi non ritenendolo indispensabile. Intimamente sospinto da una tensione espressionista, non si affanna a comunicare quell’angoscia, che percepisce scorrere nel comune destino degli esseri animati e inanimati, sottoposti alla operosità inappellabile del tempo.
Solo provvisoriamente interrompe il suo silenzio pubblico, nel 1987, con la mostra al Centro Culturale Michon. Intensifica, negli anni successivi, la presenza in eventi artistici, in parte involontariamente, ma grazie alla passione del collezionista, che promuove la conoscenza di artisti, anche meno noti, inserendone le opere nelle mostre e nei cataloghi che realizza.
Baroni isolatamente raccoglie, compone, elabora stralci di realtà quotidiana, ama sperimentare tecniche nuove e materiali, come a provare egli stesso, attraverso un’esperienza in primo luogo esistenziale e quasi catartica, la novità e la sorpresa dell’esserci heideggeriano.
Attraversa con apparente nonchalance i sentieri interrotti nel bosco visitato dagli avvenimenti umani e dall’esperienza creativa. Non ignora la via della tragicità, capace di sopraffare il viandante, pur disponibile ad accogliere l’intuizione dell’epifania dell’Essere, presente e diffuso in tutti i singoli frammenti che lo compongono e che, con vari gradi di consapevolezza, trascorrono la loro fragile esistenza di uomini, di animali, di cruda materia.
Le creature del mondo immaginario e fantastico di Baroni appaiono come sospese, in un equilibrio improbabile eppure faticosamente raggiunto, grazie alla vittoria sulla legge di gravità, che fa le lievitare ed espandere verso l’alto.
Percorse da linee che ne segnano le direttrici dell’anima, dalla giustapposizione disinibita di colori drammatici e di una tavolozza pastello, quasi puerile, queste figure sembrano voler abbandonare ogni attaccamento alla solidità terrestre, da cui progressivamente si sono staccate, attraverso un’ascesa interiore, con la piena consapevolezza della inesorabilità della propria pena.
Dagli anni ’90 l’artista riesuma la consuetudine di riportare sulla superficie piana della tela oggetti e materiali di provenienza diversa. Lavorando alla redazione Tirreno trae forse ispirazione per alcune delle sue interessanti opere realizzate con lastre tipografiche, carta stropicciata e fotocopiata, che denotano una lucidità estetico-formale di apprezzabile valore. Utilizza matrici di stampa del giornale e spray del carrozziere su carta Fabriano o carta di riso, esaltando nel contrasto tra la scabrosità nobile del foglio e la lucentezza pop della vernice da lavoro, la consistenza materiale dell’opera, la sua sensorialità tattile oltre che visiva.
Lamiere, giocattoli, jeans consunti, giornali, brandelli di storie vissute e gettate, sono recuperati da Baroni nello spazio ponderato del quadro, con una passione di collezionista della realtà marginale.
Da questa stravagante raccolta dell’usato, di scarti della civiltà dei consumi, l’artista livornese ricostruisce grumi di poesia sottraendo gli oggetti al loro prosaico destino e all’anonimato.
Una nuova dimensione del tempo si affaccia nelle lastre metalliche assemblate e divenute installazioni, sculture da giardino: anche le intemperie, a cui sono lasciate, possono iscrivervi la nuova storia dell’opera.
Maria Francesca Pepi
Anteprima del catalogo monografico
Le opere dell'artista in collezione |